Angelita di Anzio: Una storia di amore in un mare di odio

Una statua raffigurante una bambina scalza, rivolta al cielo a giocare con i gabbiani. Al centro di Anzio, il monumento ad Angelita, la fanciulla della storia più buia del 1900. Alcuni dubitano della sua esistenza, ma poco importa, Angelita è un simbolo e vivrebbe lo stesso. Una storia che strilla la follia della guerra, una storia d’amore in un mare di odio.

Angelita  di Anzio: Una storia d’ amore in un mare di odio

Era il 22 Gennaio 1944, quando l’esercito alleato sbarcò ad Anzio per attuare la celebre “Operazione Shingle”. Un giorno di festa, giustamente, ancora ricordato. Un giorno di liberazione ed un passo verso la fine di un incubo. Ma la notte è sempre più buia prima dell’alba e lo sbarco di Anzio lascia alle spalle un grande buio: Città sventrate, giorni di terrore, di lacrime e di sangue, così tanto sangue da cambiare nome ad una intera frazione in “Campo di carne”, a testimonianza dell’impressionante numero di carne umana ritrovata senza vita adagiarsi sui campi.

In questa cornice, il soldato scozzese Christopher S. Hayes, racconta questa vicenda:
“La notte dello sbarco la mia pattuglia superava velocemente la riva temendo la violenta reazione nemica quando, giunti ai limiti del bosco  restammo impietriti sentendo qualcuno lamentarsi. Avanzammo con cautela e scoprimmo trattarsi di una bambina dell’età apparente di sei anni, terrorizzata e con il volto bagnato di lacrime. Non sapendo cosa fare e non parlando nessuno di noi alcuna parola in italiano, prendemmo in braccio la bambina e ci inoltrammo nel bosco, trasportandola a turno, quasi come un simbolo di vita e di speranza per ogni soldato della pattuglia. L’alba di un giorno freddo ma luminoso era appena spuntata incerta nel bosco quando noi riprendemmo l’avanzata con precauzione. La notte cadde, ma Angelita era di ora in ora più serena e sorrideva timidamente agli sforzi miei e dei miei compagni per farci comprendere ed inventare smorfie e giochi che la divertissero. Lasciammo, obbligati, Angelita in una località, Carroceto, dove la Croce Rossa curava i feriti. Mentre ci dirigevamo verso il Flyover vedemmo una selva di cannonate investire il punto in cui c’erano i feriti. Ero l’ultimo della fila e mi precipitai a vedere: i feriti erano rimasti tutti uccisi, anche Angelita. Strinsi la bambina per l’ultima volta quale estremo saluto mio e dei miei compagni e la adagiai lungo il ciglio della strada tra i morti inglesi, americani e tedeschi”.
Un soldato che raccoglie una figlia del mare, forse dimenticata da pescatori in fuga, o forse persa nel caos di quella follia. Una fanciulla che ride perchè sta tornando dall’inferno, un amore per la vita e per la speranza, un sorriso che scalda il freddo più agghiacciante. Poi, di nuovo, l’inferno, fatto di ferro e polvere da sparo, che cancella tutto. E’ la guerra, una follia infinita, un buio straziante, un graffio, nel corpo e nell’anima, che non puo’ guarire. Angelita, chiamata così per preservare la sua natura angelica, era sopravvissuta, aveva trovato amore e speranza, ma l’odio l’ha colpita di nuovo, stavolta prendendola per sempre, senza ritorno. La sua statua è eretta scalza, privata di tutto, ma con il sorriso di un angelo e la spensieratezza che non si dovrebbe mai negare ad un bambino, mai. La statua raffigura il finale che tutti avremmo voluto: La piccola Angelita ritrova la sua infanzia, ride e gioca con i gabbiani, guardando il cielo azzurro e sognando di farsi trasportare via da ogni incubo.
Una storia messa in discussione, ma altamente simbolica, che narra di follia e di amore:
L’amore per la vita e per la speranza;
L’amore di un soldato per i suoi figli, che forse rivedeva in quegli occhi coperti di pianto;
L’amore in un mondo divorato dall’odio, odio di un’umanità impazzita, ma che se si ferma ritrova se stessa.

Se tutti i soldati si fossero fermati al pianto di una fanciulla, allora si sarebbero chiesti: “Perchè“?

Ad Angelita di Anzio, oltre la statua, è stata dedicata una canzone di grande successo:

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